venerdì 5 agosto 2011

A Istanbul trovai la vita

Camminavo Lungo il Bosforo e guardando verso l'orizzonte notai l'alzarsi di una nebbiolina, il buon odore del mare mi accompagnava ogni volta che passeggiavo lì vicino. 
Ero arrivato da  un paio di giorni a Istanbul e già sentivo di essere parte di quella città; tutta quella gente per le strade, la confusione ai bazar, le urla dei mercanti,il caldo della città; i vicoli nascosti che durante la notte si illuminavano, e si riempivano di gente, di viaggiatori seduti in divano coloratissimi. I narghilè erano poggiati sui tavoli, e mentre fumavano quei tabacchi profumati sorseggiavano anche del tè caldo alla mela, servito dentro piccoli bicchieri di vetro.
Di notte, uscendo in centro, le strade erano piene di giovani, e ai lati numerosi ristornati costruiti su più piani, dove i cibi serviti erano delle delizie che in nessun altro posto avrei potuto assaggiare,erano pieni di gente. E presi persino l'abitudine di alzarmi presto la mattina e di andare a fare una passeggiata lungo il Bosforo; lì c'erano sempre molti turisti pronti a salire sul battello, per ammirare da lontano le meraviglie di questa città.  
E io rimanevo lì al centro di quel vortice di strabiliante bellezza. 

Man mano imparai a dire qualche parola in turco, dato che in quel paese non si parlavano altre lingue, meno il francese, e per mia sfortuna non avevo mai studiato francese. Avevo affittato una casa vicino al Bazar dei libri antichi, e data la mia grande passione per il libri  non riuscì a resistere alla tentazione di fare acquisti in quel posto; solo l'odore di vecchi libri mi tratteneva lì per ore. Feci amicizia con uno dei librai, col quale mi soffermavo a discutere qualunque argomento. Il tipo era uno occhialuto, rugoso in faccia, con sguardo furbo, e aveva la risata sempre pronta. Mi raccontò che anni addietro era un insegnante, e che dopo essere andato in pensione era intenzionato a scrivere un libro sulla sua città, ma finì per venderli i libri. Così quel luogo divenne uno dei posti da me più frequentati. 


Le prime settimane girai la città quasi per intero e visitai musei , palazzi, e moschee, e ne rimasi catturato per la loro bellezza. Inizia a frequentare un Hammam, uno dei più antichi della città, il Çemberlitaş Hamamı; ci   andavo due volte a settimana, quel posto era davvero unico, un luogo  dove i pensieri rimanevano tra le strade della città; all'interno dello splendido Camekan il vapore si alzava da terra, tutto quel caldo entrava dentro la pelle, e l'inutilità dell'acqua fredda il cui effetto durava pochi secondi, ma sopratutto il silenzio quasi sacro di quel posto lo rendeva magico.

Col passare del tempo trovai anche lavoro per una rivista di viaggi, dovevo girare la città e scattare un pò di foto e ogni tanto potevo scrivere anche qualche articolo, che per fortuna era tradotto da un esperto di lingue col quale strinsi amicizia. Mi adeguai anche alla vita di quella città, ai suoi abitanti e alle loro abitudini. E frequentando librerie, e caffè trovai anche qualcuno con cui stare, nessun occidentale, solo gente di Istanbul. 
Trovai così un motivo al perchè io dovevo restare a Istanbul, ormai diventata la mia nuova casa, un posto in cui avevo avuto la possibilità di ricominciare una nuova vita. 

giovedì 4 agosto 2011

Tra il Bianco e il Nero

Ho vissuto da sempre in questa grande villa di campagna, era di un vecchio zio di mia mamma; con i miei ci siamo trasferiti in questo posto quando avevo circa sei anni. Parte della villa è circondata da un bosco molto fitto, e al centro del bosco c'è un lago; d'inverno è ghiacciato, quando ero piccolo andavo a pattinarci, e quando veniva il caldo andavamo lì a farci i bagni. Ma ultimamente non vado più, per me è diventato troppo lontano e credo che la strada per arrivarci non ci sia più. L'ultima volta che ci sono stato ricordo di essermi fatto un bagno, eravamo una bella compagnia allegra. O si in estate veniva molta gente qui, e i festeggiamenti non mancavano,  devo dire sempre ben riusciti, e ogni volta era una festa di colori, una gioia per gli occhi. La villa al sua interno non era da meno, sempre piena di luce, allegria, certo qualche volta si litigava, ma si tornava a sorridere presto; e persino d'inverno era bella: la pioggia, il camino, la grande libreria del salotto. 
Be comunque dicevo di aver fatto un bagno lì, e fu proprio l'ultimo. Le uniche immagini che mi tornano alla mente sono quelle in cui nuoto fino alla riva e lì mi addormento. Al mio risveglio, nel mio letto, non c'era nessuno. Girai ogni stanza, ma tutti era scomparsi, genitori, amici, servitù. Ero rimasto solo io, e capirete la mia iniziale gioia di poter fare quello che volevo; ma presto mi resi conto che la mia solitudine non era una buona compagna. La noia mi portò a non uscire più di casa, e col passare degli anni, mi rendevo conto di una cosa: i colori andavano sfumando, man mano tutto diventava bianco e nero. Anche io ero in bianco e nero, un pò come in quei film che proiettavano al cinematografo. Non avevo neanche paura di questo cambiamento, era tanta la noia che non diedi importanza alla cosa. Le stagioni stesse quasi non si distinguevano più, non soffrivo ne il caldo ne il freddo. Allora capì di essere sospeso nel tempo, anche  la notte e il giorno erano scoparsi, solo una luce fredda entrava dalle enormi finestre della villa. 
Iniziai a contare i secondi, i minuti le ore, almeno per trovare qualcosa da fare, e per avere un tempo mio, che magari non esisteva, ma almeno mi permetteva di riprendere vecchie abitudini, di fare qualcosa. Un giorno però persi il conto e così ancora una seconda volta mi ritrovai fuori dal tempo. Ricominciai a girovagare, ad annoiarmi. Ma in quell'oblio in cui mi trovavo ormai da tempo, anche se il tempo più non esisteva, avevo preso l'abitudine di andarmi a sedere sul bracciolo di una delle poltrone del salotto. Lì  rimanevo a fissare l'esterno della casa; la luce che veniva da fuori però mi impediva di vedere bene le piante del giardino, e cercavo di immaginarle: belle, verdi, rigogliose, gli alberi pieni foglie con i loro frutti appesi ai rami esili, e i fiori del giardino, colorati, di rosso, arancione, giallo; cercavo anche di immaginare il loro odore e di ricordarlo, e quasi riuscivo a sentirlo ma spariva subito. Solo sensazioni e niente altro.
Quell'abitudine non l'ho ancora persa, anzi sto ancora lì seduto, a fissare nel vuoto un meraviglioso giardino immaginario; e mentre continuo a sognare le bellezze del mondo esterno tutto intorno a me è diventato una vecchia pellicola in bianco e nero, e io non riesco più ad uscirne.

Quelly del Penny Market!



Ho scattato queste foto circa due anni fa mentre mi trovavo a Monaco di Baviera, mi misi a sedere su una scalinata.
E lì con la macchina fotografica iniziai a scattare velocemente delle foto alla gente che passava, solo che non feci caso al fatto che il soggetto, casualmente, era l'insegna del Penny Market. 
E adesso immagino quelle persone passare di lì e fermarsi  per chiacchierare ogni giorno,  e c'è chi arriva con una bicicletta, chi ha un gelato in mano e chi in modo originale indossa una maglietta con gli stessi colori dell'insegna, tutti con storie da raccontare!

Un immagine per ricordare, una per viagiare una per vivere

Inizio questo blog con l'intento di  rendere pubbliche le foto da me scattate, in questi anni e che scatterò nel futuro, sperando anche di poter suscitare emozione, o magari qualche ricordo per chi le guarda. Magari una foto sarà utile per discutere, denunciare situazioni, e farle conoscere. Quindi oltre a mostrare immagini , voglio creare movimento interessandomi a faccende pubbliche, sperando di riuscire a dare qualcosa a chiunque ne sia interessato.
Per ora mi soffermerò a pubblicare foto di viaggi e della mia terra, più in là vedremo!


Moikan!